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Rigenerazione urbana e territoriale: ripensare gli spazi urbani e di lavoro alla luce della pandemia

27 giugno 2020

Valentina Zanoni, Operation Manager del settore Architettura e Real Estate di Stantec Italia, immagina come cambierà l’approccio nella progettazione degli spazi comuni

Che ruolo hanno e potranno avere la pianificazione e progettazione urbana nel contribuire a prevenire questo tipo di pandemia?

Prima di tutto la progettazione ha un importantissimo ruolo sociale, ossia quello di interpretare i bisogni della società, traducendoli in modo innovativo. Grazie alla capacità di cogliere i segnali delle esigenze che provengono dalla società, la progettazione è stata fondamentale nel processo di modernizzazione della società stessa. Si è sempre distinta come approccio creativo alla soluzione di problemi complessi. Il lockdown che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, la chiusura totale delle attività non essenziali e le regole ferree di distanziamento sociale che ci impediscono di fruire dei luoghi urbani e pubblici – che caratterizzano lo spirito della città stessa (uffici, bar, ristoranti, piazze, parchi, musei) – non rappresentano una soluzione né una direzione che definisca il nostro modo di vivere in città. Sono strumenti temporanei basati su principi igienico-sanitari che rispondono a uno stato di emergenza, non comprendono un'interpretazione dei bisogni e, quindi, non racchiudono in sé il processo di pianificazione.

Creatività e adattabilità: come coniugare questi due elementi essenziali e arrivare a una pianificazione e progettazione sensate?

La diffusione del COVID-19 così rapida, violenta e capillare, ha reso ben chiare le esigenze della popolazione. Le azioni possibili sono:

  • Massimizzare l’interfaccia digitale per rendere i beni e i servizi di distribuzione alimentare accessibili a tutti, strutturando un sistema articolato, capace di sostituire i metodi tradizionali di distribuzione dei servizi quando necessario.
  • Creare scenari temporanei, come la rivisitazione del layout di bar e ristoranti, nonché di uffici pubblici e privati, in modo da renderli adatti e flessibili nell'uso e collegati da infrastrutture digitali.
  • L'utilizzo di spazi aperti potrebbe essere uno scenario valido per alcune attività normalmente sviluppate e insediate all'interno.

Tra i tanti altri aspetti, la pianificazione è anche una disciplina umanistica. È importante tenere presente che i problemi che affrontiamo in questa situazione pandemica richiedono empatia, riconoscimento delle difficoltà altrui e attenzione all'interpretazione dei bisogni. In Italia, dove molte aziende e spazi hanno ancora un'impronta piuttosto tradizionale, abbiamo dovuto riconfigurare rapidamente molti spazi e settori. La produzione industriale, in molti casi, è stata convertita per rispondere alla richiesta di forniture sanitarie. Ospedali estemporanei sono stati edificati in tutte le principali città del Paese. Tutta questa esperienza è stata un terreno di formazione impegnativo per la conversione, l'adattamento e la flessibilità. La progettazione deve continuare a concentrarsi sull'innovazione per contrastare qualsiasi potenziale regressione portata dalla pandemia. 

La progettazione ha un importantissimo ruolo sociale, ossia quello di interpretare i bisogni della società, traducendoli in modo innovativo.

Guarderemo alla progettazione e pianificazione urbana in modo diverso dopo il CoVID-19? Ad esempio: come concilieremo la progettazione urbana con spazi residenziali e commerciali con le esigenze e le infrastrutture necessarie per sostenere il lavoro a distanza, e come affronteremo l’esigenza di avere degli spazi che uniscano le persone, tenendo conto delle potenziali esigenze di distanziamento sociale?

È importante mettersi all’ascolto, proponendo idee e progetti che contribuiscano a rinsaldare rapporti di fiducia. Molti progetti recenti, insediamenti di co-housing e residenze con abitanti misti in età e appartenenza sociale, hanno dimostrato di avere grande resilienza anche attraverso la dura esperienza del COVID-19. La creazione di realtà abitative miste ha dimostrato che possono instaurarsi rapporti di vicinato e servizi interni in grado di supportare queste piccole comunità. Ad esempio, gruppi di giovani volontari hanno organizzato servizi di aiuto e consegna a domicilio per gli anziani.

La presenza di spazi condivisi all’interno delle residenze, opportunatamente regolamentati, ha reso possibile la condivisione di strumenti informatici (computer e connessione a internet) rendendoli disponibili a chi non ne avesse in casa o a chi non avesse spazi adeguati, la possibilità di fruire di servizi alimentari a domicilio e la possibilità di non isolarsi.  La risposta delle piccole comunità si è dimostrata capace di rispondere all’emergenza attraverso una rete di sostegno e la condivisione di alcuni servizi. Gli anziani hanno ricevuto maggiore sostegno in questa maniera che isolati nelle case di riposo. L’isolamento sociale e il distanziamento non sono quindi la risposta diretta a questa emergenza, bensì forse la condivisione controllata e creativa di spazi e servizi.

La necessità di spazio protetto e annesso alla residenza - anche correttamente condiviso e non per forza di proprietà individuale - a disposizione degli abitanti è una necessità emersa durante questa pandemia. Bisogna ripensare gli alloggi e le residenze abitative: è emersa la forte necessità di avere un balcone o un piccolo spazio all’aperto che permetta di stare all’aria qualche ora e ai bambini di giocare. Da tempo il modo di abitare la città ci ha abituato alla vita in appartamenti di superfici molto ridotte, appagati dalla possibilità di usufruire dei servizi di massa offerti dalle città stesse. In un’ottica di riflessione su quanto accaduto e di previsione futura, un ripensamento sulla flessibilità e sulle dotazioni di qualità ambientale delle nostre dimore urbane è senza dubbio necessaria. Sarebbe utile pensare che ogni condominio o palazzo ospitasse degli spazi flessibili, destinati a usi condivisi o facilmente riconvertitili in residenze.

In che modo il nostro approccio alla progettazione delle infrastrutture urbane sarà diverso dopo il CoVID-19? Ad esempio, il trasporto pubblico, i modelli di vita urbana, l'accesso alle strutture per il benessere fisico e mentale dell’individuo, i sistemi sanitari, ecc.

Sicuramente nelle città europee, in cui la mobilità urbana è basata principalmente sul trasporto pubblico, sarà necessario un ripensamento della mobilità condivisa. Trovo che sia impensabile virare il nostro modello basato sulla condivisione di trasporti pubblici su un tipo di mobilità demandato principalmente al trasporto privato, sarebbe retrocedere e causare un inquinamento consistente nelle nostre città e congestionare la condizione della circolazione già critica in molte città.  Una possibilità sarà di intendere il trasporto individuale come mobilità leggera ed ecologica, attraverso biciclette, monopattini, scooter elettrici. Dobbiamo pensare a delle azioni da intraprendere sia nel breve periodo sia pensando al futuro. La necessità impellente, soprattutto in città, è quella di ricavare più spazio possibile per i pedoni e i ciclisti, in modo che sia possibile mantenere il distanziamento sociale. 

  • Valentina Zanoni

    Valentina Zanoni, architetto con 12 anni di esperienza, è stata responsabile di progetto presso lo studio milanese Cino Zucchi Architetti. In Stantec Valentina è Operation Manager per il settore Architettura e leader del settore community development

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